Spesso mi viene chiesto quale sia il mio processo creativo, come prendano forma l'architettura complessa di un romanzo fantasy o le sfumature tese di un mystery. La risposta potrebbe sorprendervi, perché non ha nulla a che fare con la fredda precisione della tecnologia.

Inizialmente, in realtà, le mie storie nascevano proprio sullo schermo luminoso di un computer. Di recente ho ritrovato un vecchio hard disk esterno con file datati 2009; eppure, con il tempo, ho scoperto che il peso del PC sulle gambe e, soprattutto, il rumore meccanico dei tasti nelle notti più silenziose finivano per distogliermi dalla trama. Spezzavano la magia, allontanavano l'ispirazione.

Da sempre amante della scrittura a mano, sono passata al silenzio dei quaderni e della matita. C’è stato un momento, però, in cui anche la grafite ha dovuto cedere il passo. Scrivendo molto di notte, a letto, i residui delle cancellature sul foglio finivano inevitabilmente tra le lenzuola, diventando una distrazione impossibile da ignorare. È stato allora che sono passata definitivamente alla penna. (E non vi nego che, tra una sessione notturna e l'altra, la penna ha lasciato qualche segno indelebile anche sulle lenzuola!).

Credo che ci sia qualcosa di profondamente intimo nel legame tra la mano, la penna e la carta. La tastiera impone una velocità che spesso non appartiene ai personaggi; corregge, cancella, rende tutto troppo definitivo e statico fin da subito. La scrittura a mano, invece, permette l'errore, lascia la mente libera di immaginare ogni situazione, ogni dialogo e ogni singolo passaggio senza alcuna distrazione.

Quei quaderni sono stati i miei veri scrigni. Custodivano le prime esitazioni, i frammenti di mondi che ancora nessuno conosceva. Su quelle pagine sono nate molte storie, comprese le due che oggi potete leggere: Le Ombre di Áetheria - Il Sigillo dell'Origine e i dettagli nascosti della La Ragazza di Mezzanotte.

Poi, non ricordo esattamente come o perché sia successo, la vita mi ha portata ad accantonare la scrittura. A volte i doveri, le urgenze e le priorità quotidiane prendono il sopravvento, reprimendo la nostra vera natura per fare spazio a tutto il resto.

Quando, dopo quasi quindici anni, ho ritrovato quei quaderni all'interno di uno scatolone, è stato come ritrovare una parte di me che avevo dimenticato. Rileggere quelle pagine mi ha riportato indietro nel tempo: potevo rivedere me stessa, seduta sul letto con la sola lampada ad illuminare il foglio, mentre davo vita alle prime ambientazioni, ai primi personaggi e ai loro caratteri. In quel momento ho capito che era arrivato il tempo di far conoscere quelle storie che mi avevano tenuto compagnia per anni, permettendo loro di trovare finalmente una nuova casa.

Nel frattempo i computer portatili sono diventati più leggeri, i tasti meno rumorosi e decisamente più integrati nella nostra vita quotidiana, così ho deciso che era il momento di trascrivere tutto.

Qui, però, devo fare una confessione. Complice un momento di totale smarrimento influenzato da Marie Kondo e dal suo celebre mantra "se non lo usi, buttalo", una volta digitalizzati tutti i testi... ho buttato via i quaderni originali. Un mezzo sacrilegio, lo so, ma la conversione al digitale era ormai completa! E il suo mantra mi risuonava ancora in testa.

E così, dopo più di un anno e mezzo di intenso lavoro di revisione e digitalizzazione, le mie prime storie hanno finalmente preso vita. Non senza sorprese, ma questa è una storia che vi racconterò più avanti.

E voi, che tipo di lettori o creatori siete? Vi lasciate affascinare dal calore della carta o preferite la precisione del digitale?


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